giovedì 10 dicembre 2015

Le Grand Tasting 2015 10ème édition | Paris “Que du Champagne” 1ère partie




Per celebrare 10 edizioni di GT, non si è badato a spese, dunque grandeur confermata, su tutta la linea.

Nella splendida cornice del Carrousel du Louvre, solo numeri uno enologici.
Comme d’habitude, mi sono concentrato, esclusivamente, sugli champagne, serviti in gran parte, come vedrai, da formato magnum.

Come al solito, ricordo che sono a s s a g g i (pur se a volte bissati), per conseguenza, vale più la foto del commento, il cui peso netto va considerato, applicando la tara massima.
 

Un bel tris d’attacco da De Sousa, una maison che mi piace molto










 Ancora “verde” (non solo di vetro) il millesimato di L-P



Sempre buono

Sempre un grande bdb

 


 Adoro la purezza di A.R. Lenoble. Qualità senza compromessi su tutta la gamma.
Ricordo ancora la meravigliosa, e umida, discesa nella cave dove, per poco, ci lascio spalla, ulna, omero e radio.



L’assemblage 2004 in divenire, mentre N.P.U. non irresistibile



La nuova cuvée 7XX dei fratelli Chiquet (da base 2011) per ora in fase “stand-by” 
e molto lontana dai cugini 733/734/735.


Chardonnay e Pinot Nero fifty-fifty, 6 anni sur lattes
  Qualche dolcezza, ma beva trascinante


Pinot Nero in purezza, 8 anni sur lattes e bouchon liège
Già un bel caratterino alla Morgane!



Dalla Vallata della Marna, ancora bacca nera, giovane, ma promettente



50 Chardonnay e 50 Pinot Noir, 5 anni sui lieviti, da magnum, con una gran marcia



Due classici, con la “Belle” troppo giovane e qualche tostatura da assorbire



60 Pinot Noir e 40 Chardonnay, 8 anni sui lieviti, e tanto residuo zuccherino



Stessi cépages, stesse percentuali, 7 anni sur lattes, potenza minerale



Un buon bdb, ma un po’ troppo piacione



70 Pinot Noir, 30  Chardonnay, da magnum, equilibrio e ricchezza.
 Il miglior millesimato della giornata, senza dubbio.




A breve, la Crème de la Crème...
  

domenica 6 dicembre 2015

#Tuttisoci




Ultimamente, ho investito preziose ore, sul web e nelle librerie, dedicandomi allo sfoglio delle varie eno-guide (americane e francesi comprese) che, anche quest’anno, sono fioccate come le nespole. Il tempo spe(s)so si è rivelato utile, redditizio e, soprattutto didattico, ben oltre le attese. Ma non solo, mi sono pure divertito.

Giusto una manciata di constatazioni, banalissime, e un quesito, nulla più. 

In tema di Champagnes, mi ha fatto piacere ritrovare, in alcune guide, vignerons conosciuti 3/4 anni fa – tanti bravi, inspiegabilmente, mancano ancora - presentati ora, come vere e proprie rivelazioni, piuttosto che tra le cantine dell’anno, e altre menate simili. Significa che avevo visto giusto, oppure, molto più immodestamente, che il mio palato, non sempre sbrocca.
Delta di autostima, arrivare prima di un team di persone che scandaglia zolla per zolla.

A parte questo dettaglio, purtroppo, nel cahier de doléance, annoto parecchie imprecisioni, quando non vere e proprie informazioni fuorvianti, ovvero l’esatto contrario. Ti chiedi: sicuro? Certo, perché ci sono stato, non ero da solo, mi ricordo delle conversazioni, conservo gli appunti e pure le foto.
Svarioni grossolani, topiche sesquipedali.

Per non dire di coincidenze da copia-incolla, di sana pianta, (non quella di J-Ax), zanzati da una guida francese, circa la parte descrittiva di molte maison.
Ti richiedi: sicuro? Anche qui ho la prova, posseggo quella guida francese, la cui prima edizione, risale a quando i nostri ancora non pubblicavano.




Quanto ai voti, chi li ha dati, li ha messi, in pratica, quasi tutti, a novanta; non fraintendermi, voglio dire minimo 90/100, con tante iperbole che sfiorano l’en plein.
Alcune bottiglie recensite, inoltre, sono vere e proprie ciofeche, che neanche il peggior Martinotti/Charmat.
Il discorso, ovviamente, non deroga, per chi si è espresso in decimi/ ventesimi/cinquantesimi/quarti(ni)/zerovirgola, etc.
Bada, sto parlando del contenuto, del liquido, non dei voti, di cui mi disinteresso. Parecchie di quelle bottiglie, prese in esame e ben valutate, mi è capitato di berle, e averle trovate oppresse da uova marce/merde de poule (mercaptani), piuttosto che piallate da Mastro Ciliegia. Ma dai su, figa, capitano solo a me 'ste robe?
E che dire di regioni mezze dimenticate, di assenze ingiustificabili, di presenze inquietanti? Eppure, ci ragioni su e comprendi che 1 + 1 fa 2 e tutto torna.

E allora, candidamente, mi chiedo, cui prodest? Ai #tuttisoci?
Gioverà, forse, a tutti coloro che degustano, bevono, scrivono – loro informano, loro educano, solo se hanno ricevuto i campioni, sia chiaro – stilano classifiche, presenziano, pontificano, etc.?
Gioverà, forse, a tutti quelli che, se non osannano certi vini, e certe aziende, il distributore/importatore, o chi altri, stocazzo che li invitano alle anteprime?

Degustatori monstre che si fanno, al giorno, 70/80, anche 100 rossi, dai tannini imbestialiti, e ci prendono sempre, fino all’ultimo assaggio. Sputa finchè ti pare, tuttavia, anche un palato ben allenato, dopo 20/30 assaggi si ritrova con la bocca smerigliata.
Lo ammise, apertis verbis, seppur tardivamente, tempo fa, un giornalista del settore.
T a r d i v a m e n t e. Con tanti saluti alla valenza dei giudizi, fin lì, espressi.




Allora, ti chiederai, di chi fidarsi?
Di nessuno. A cominciare dal sottoscritto - a fortiori - che appartiene alla categoria appassionati occasionali/amatori dilettanti, coniata da qualcuno, con signoril disprezzo.
Sì, mi fregio, e ne vado orgoglioso, di far parte di questa combriccola di gente, che non ha secondi, né terzi, né quarti fini, che non ha scheletri negli armadi, che non ha conflitti di interesse, che…
La libertà non ha prezzo, per tutto il resto, strisciate, o #tuttisoci.

E’ scolpito nella mia mente, è la mia stella polare, il decalogo, che scrisse Alessandro Masnaghetti, su Enogea, il 16 febbraio 2012. 
Tutte le guide, passate e future, di questa galassia, non riusciranno mai a competere con quanto Alessandro asserisce al punto 2, nè con la chiosa finale.
Un decalogo più vivo che mai, eccetto per chi lo ha lasciato deliberatamente morire.

  

venerdì 4 dicembre 2015

Aoc Champagne Grand Cru Tradition Brut s.a. Fernand Thill




Una maison di récoltant-manipulant, su piazza fin dai primi del 1800, che ha venduto le uve di proprietà fino al 1953, anno in cui Fernand si convinse a etichettare e commerciare in proprio. Siamo a Verzy, piccolo villaggio del Dipartimento della Marna, e questa azienda è ora nelle mani di Marie Thérèse, la figlia.

Il Brut Tradition è il loro prodotto di ingresso. Si tratta di un assemblaggio di 70 Chardonnay e 30 Pinot Noir, solo acciaio, e i 24 mesi sur lattes licenziano una bollicina non finissima. Normale, quasi scontato.

La dominanza della bacca bianca si sente fin dal naso, con freschi aromi di fiori bianchi, un tocco agrumato – più lime che limone – e altra frutta bianca – pera e pesca – con un timbro minerale-speziato ad arricchire il bouquet.

Al palato esprime freschezza e delicatezza, richiamando più le note bianche, sia fiori che frutta, che l’impianto gessoso – un po’ in chiaroscuro - dello spartito olfattivo.
Una bevuta comunque equilibrata - insistenti i richiami finali di mandorla – che paga gabella, come molti champagnes di questa fascia, del resto, circa la progressione e la persistenza.

Ti garantisco, nondimeno, che da aperitivo è uno champagne corretto, che fila liscio e può rivelarsi comodo warm-up per altra bolla di maggior calibro.


mercoledì 2 dicembre 2015

Aoc Arbois Chardonnay 2011 Jacques Puffeney




“Il Papa di Arbois”, come lo hanno soprannominato i suoi colleghi vignérons dello Jura e, in effetti, a ben guardarlo, Jacques, ha più di un qualcosa di ieratico e forse ispira anche venerazione. Quest’anno ha passato la mano, ha ceduto la propria cantina, tuttavia i suoi vini restano, eccome: in primis, il suo Savagnin – l’emblema - di cui qualche boccia dorme da me.

I vini dello Jura, specificatamente i vins jaunes, vale a dire quelli vinificati a botte scolma – stile ossidativo, sous voile – sono un po’ particolari: o li ami – io li amo - o li detesti.
E questo Chardonnay di Puffeney rientra, a pieno titolo, in questa dicotomia/controversia.
Non è vin jaune, dal momento che non trascorre, diabolicamente, i famosi 6 anni, 6 mesi, 6 giorni sotto velo (che poi per tanti produttori sono, anche, molti di più) ma lo strato di lieviti non oltrepassa la frontiera dei 18-24 mesi. Ergo, solo echi di stile oxyd.

Naso meraviglioso per purezza e freschezza. Note di nocciola e noce, appena sgusciate, poi agrume e frutta a polpa gialla macerata – pesca e melone - con scie di erbe secche e miele. Narici (v)inondate e non vedo l’ora di assaggiarlo.

Ancor meglio berlo, che annusarlo, indubbiamente. Il palato, oltre a purezza e freschezza cristalline, regala classe e virtù. Ci sono tutti i fenomeni olfattivi, c’è un forte richiamo alla noce, qui attraversata da toste impennate saline, c’è il miele che è diventato cera d’api, c’è la pesca che si allarga sul palato, c’è la mineralità, ci sono pure altri aromi, che sicuramente mi sfuggono.
L’acidità è elettrica e la fine tessitura aumenta, di bella, la salivazione, con il sorso che si conferma dritto e concentrato, dal persistente finale fresco e salino, con tanti ritorni di noce e pistacchio.

Con pollo di Bresse, ça va sans dire, gemme integre di terroir, dal Patriarca dello Jura.