mercoledì 31 dicembre 2014

Mi lancio e mi (s)bilancio




E’ l’ultimo giorno del 2014 e, come (ab)usa dire in questi frangenti, è tempo di bilanci. 
Ergo, buon ultimo, umilmente mi accodo agli/alle eno-giornalisti/e, scrittori, bloggers, etc., nello stilare un elenco – più che una classifica - dei sorsi che maggiormente mi hanno colpito e convinto in questi 12 mesi e di cui ti ho raccontato, a modo mio.

Si tratta, esclusivamente, ça va sans dire, di bollicine, francesi della Champagne. Compris?
Te le (ri)propongo, in rigoroso ordine ad cazzium, e ti ricordo che passando il puntatore sul nome, con un click, potrai andare al post.





















Stica, quante pippe per ‘ste beghine eh Marco 50&50?


Gesso allo stato liquido-gassoso







Buon 2015 amiche e amici, lettrici e lettori. Ad maiora, prosit.


martedì 30 dicembre 2014

Docg Greco di Tufo 2012 Pietracupa




Da tanti anni non incrociavo un Greco (di Tufo); uno di quelli seri poi, mi mancava da un fottio. Che poi incrociare non è esatto. L’ho cercato, trovato e comprato - on line – spinto dalla curiosità, dopo aver letto valutazioni ottime sulle guide - sì, le compro e le leggo, alcune, faccio la tara, anche se…- pressochè unanimi e, talvolta, quasi assolutistici: “…tra le eccellenze”, “il miglior Greco di Tufo d’Italia”…

Paglierino brillante, con sfumature verdi, per un naso fragrante di frutta da “club tropicana” – mango e papaya, melone giallo, pesca gialla – ma anche agrumi, qualche nota erbacea e una mineralità circospetta e diffidente.

L’ingresso in bocca è morbido, un tot dolce, tuttavia abbastanza fresco, con il palato che rimane molto agganciato, ancorato alle espressioni fruttate tropicali, e la mineralità che non ne vuole sapere di venire a galla.
Quello che spunta, in seguito, è il calore alcolico – la 2012, qualora qualcuno se lo fosse dimenticato, è stata un’annata calda – che finisce per affievolire tensione acida e snellezza di sorso, fino a quel punto apprezzate. Termina caldo, su note di pesca, pera e mandorla.

18 ventesimi per qualcuno, 89, 90, 91 centesimi, per altri. Io non do voti, mai.
Senza dubbio io, discepolo, e i Maestri, abbiamo bevuto bottiglie diverse. Quantomeno.


venerdì 26 dicembre 2014

Tosse grassa? Un metodo classico, scontato




Nel periodo natalizio rinuncio, volentieri, a scrivere, per concentrarmi nella lettura, assai più stimolante.
Nel particolare, rivolgo la mia attenzione - divertendomi, sbellicandomi dalle risate, fino a capottarmi dalla poltrona – al web e specificatamente a quei blog et similia che, dato il periodo, cavalcano sempre i soliti triti, e ormai desueti, argomenti, sempre a caccia dello scandalo, dello sguup, fustigatori impazienti di ergersi a Catone per comminare scomuniche, supportati dalla claque che si accoda in modo pecoreccio.

Almeno l’ammonimento avvenisse castigat ridendo mores. No! Pistolotti interminabili, ampollose cervellotiche masturbazioni per dire e fare cosa? Nulla, se non pestare fumo.
Quali sono gli argomenti di questo Natale 2014? Sempre i medesimi - puntuali quanto una poltrona per due, Randy & Morty compresi - diventati ormai, a tutti gli effetti, dei classiconi: …e lo Champagne e lo spumante italiano e il Prosecco e il Franciacorta e il Trento e chi sarà il migliore e la grande distribuzione organizzata e i prezzi sottocosto e le aziende produttrici lo sapranno e le politiche commerciali e mille altre seghe.

Tutti gli anni è la stessa, perdonate l’eleganza oxfordiana, rottura di cazzo.
Quest’anno il focus è puntato sulle offerte sottocosto. E quasi tutti a sostenere le solite tesi dello sputtanamento e svilimento del prodotto, della denominazione, di cosa (non) fanno, cosa dovrebbero fare, dove sono, i Consorzi, etc.
Cosa ci vogliamo fare, noi italiani siamo fatti così, siamo Tafazzi anche nel vino.
Non va mai bene, a prescindere. Chi, davanti a due strade, ne sceglie una, sbaglia; chi sceglie l’altra, convinto di azzeccarla, sbaglia pure lui.
Sì, ma  essendo che tertium non datur, come la risolviamo?


Ora, premesso che tutte le opinioni vadano rispettate, sempre e comunque, voglio vedere la questione da un altro punto di vista, attraverso una serie di interrogativi/ragionamenti.

Ogni azienda produttrice, piuttosto che ogni gruppo facente parte della gdo, sarà libero di attuare le proprie scelte commerciali?
Stiamo parlando di alcuni metodo classico scontati del 30-40%. Embè dove sarebbe lo scandalo? E se quello fosse il prezzo corretto, dato il contenuto? Per una volta che a guadagnarci siamo noi fruitori. Tocca al consumatore farsi carico dell’immagine del produttore? Chissenefrega se l’azienda produttrice è o no a conoscenza di questi prezzi? Ma sì dai, facciamo finta che nessuno sappia niente, continuiamo a foderarci gli occhi con fette di mortadella, così è più facile fare gli ingenui, i duri e puri, i censori, gli splendidi, solo per poter sputare sentenze.

Anche dalle mie parti sono almeno 7/8 anni che trovo, nel periodo natalizio, la bottiglia del solito produttore trentino – ne tira quasi tre milioni - fortemente scontata - è così anche quest’anno a 8,50 euri - e allora? Se mi piace/conviene la compro, altrimenti tiro dritto, perchè se un prodotto non piace non lo vorrei nemmeno come regalo.

Forse ci stiamo, si stanno, dimenticando che gli eno-appassionati costituiscono il 2%, e il vino più venduto nel nostro paese è quello nel brick? E’ chiaro?


E tanto per chiudere il cerchio non è mancato il riferimento alle politiche commerciali dei nostri cugini champagnisti. Ah loro si che sono impeccabili, loro si che hanno altra classe. E giù a tessere lodi e sprecare peana.
Badate amici miei, io frequento, spesso e volentieri, essendo a un paio d’ore di auto, la Francia, i francesi, la loro gdo, etc. e vi assicuro che tutto il mondo è paese. 
Fioccano, tutto l’anno, offerte sugli Champagne.
I prezzi e gli sconti? Come i nostri. Se ne trovano a partire da 10-12 euri.
Due anni fa a Marsiglia in un iper trovai, addirittura, in copiosa quantità un certo Fleury 1999 a 20 euri! Sì avete letto bene, con la gente che si affannava a riempire il carrello di cartoni, quorum ego.

Forse gli interrogativi che bisogna porsi sono altri, del tipo quanto minkia costa realmente il vino e quale dovrebbe essere il suo prezzo. Ma soprattutto, cosa e quanto c’è dentro una bottiglia? Ma questi sono argomenti tabù. Meglio, molto meglio scorreggiare del nulla, spostare e confondere sempre i piani, evitando il nucleo del problema.

Il 28 febbraio di quest’anno, scrissi un post - tanto per autocitarmi e per ricordarmi che sul web le parole durano meno di un respiro - in cui domandavo come fosse possibile acquistare vini - Barolo, Barbaresco, Brunello, Prosecco, Franciacorta, Moscato etc. - a pochissimi euri.
Lo scandalo è trovare offertone a balle rotte a Natale, oppure, sempre e tutto l’anno, vino in brick a 1 euro, Trento a 4, Prosecco appena sopra i 2, Franciacorta a 7, Moscato a 2, Cava a 3, giusto per restare in tema effervescente?

E  continuano a chiamarlo vino. Simpatici & #tuttisoci.


(Immagini tratte dal web)


giovedì 25 dicembre 2014

Aoc Champagne Cuvée William Deutz 1999 Deutz




E’ la cuvée haute de gamme – 65 Pinot Noir, 35 Chardonnay e 10 Pinot Meunier - nonchè l’omaggio, il tributo, a William, co-fondatore nel 1838 ad Aÿ, insieme a Pierre-Hubert Geldermann, della Maison.

Oro brillante, intenso e cristallino.
Il naso, fine e leggermente evoluto, diventa espressivo piano piano, rivelando nobile bouquet e grande complessità. Attacca la frutta, ben matura, sia bianca che gialla, con mela granny e cotogna, pesca noce, pera e albicocca, arricchita da tocchi floreali di giglio e gelsomino.
Senza assolutamente roteare, ma concedendo tempo e lasciandolo salire un filo di temperatura, arriva un’altra ondata di aromi: scorza di agrumi candita – arancia e pompelmo – note di torrefazione e tartufo, mandorla, un inebriante zafferano e persino qualche nota canforata, con la mineralità ancora compressa.
A occhi chiusi, avrei ribaltato le percentuali tra Chardonnay e Pinot Nero.

La bocca è stratificata e piena di charme, di bollicina finissima e cremosa, e ripercorre, simmetricamente, il cammino dell’olfazione.
L’attacco è souple e ampio, con gli aromi che si fondono perfettamente. Il sorso mantiene l’atteggiamento evoluto, terziarizzato, che si traduce in un’espressione di frutta confit, nondimeno ancora ben contrastato da tesa acidità.

Una bilanciata armonia tra struttura e finezza, chiude una bevuta dalla lunghissima persistenza aromatica, con rimandi di funghi, caffè, zafferano e un tocco salino.

Gratificante con Etivaz e Comté 18 e 30 mesi.


martedì 23 dicembre 2014

Aoc Chablis Premier Cru Vaulorent 2008 Domaine William Fevre





E’ giallo carico, attraversato da bagliori verdolini.
Il naso è fortemente dominato dalle sensazioni agrumate – lime e pompelmo – che si fondono con una profonda connotazione iodata e minerale, per altro tipicissima di questi vigneti situati su suolo kimmeridgiano. Un tocco di fiori bianchi e una gradevole vena erbacea rifiniscono questo disegno olfattivo.

Molto fresco in bocca e sostenuto da acidità importante; anche qui ritrovo verticalità minerale, che occupa in lungo e in largo il palato, a sua volta percorso da sottili rimandi agrumati. Il finale, non lunghissimo ma abbastanza persistente, è su toni salini e si arricchisce di sapori salmastri e di ostrica.


venerdì 19 dicembre 2014

Aoc Champagne Selection Extra Brut s.a. Jeaunaux-Robin




Parafrasando, malamente, il Poeta e allineandolo ai giorni nostri,”…Sézannais, dove minkia si trova questo posto?”
Ve lo spiego subito: spostatevi 30 km a sud-ovest di Epernay, troverete un micro villaggio - Talus-Saint-Prix - di un centinaio di anime, a dieci minuti d’auto dal paese di Sézanne, da cui Côte de Sézanne, o Sézannais, al confine con il limite sud della Côte des Blancs.

Si tratta, a dirla tutta, di una zona quasi mai menzionata, per non dire ignorata e forse trascurata, e per conseguenza, ai più sconosciuta, ma che rientra, a tutti gli effetti, sotto la denominazione, con il Pinot Meunier che primeggia.
Non sostengo sia una zona sottovalutata, tuttavia ci sono alcuni rm da prendere in seria considerazione e Cyril Jeaunaux ci sta dentro di bella.

All’incirca 6 ettari di vigne – età media 30 anni – per 50 mila flaconi, coltura ragionata, in conversione biodinamica, vinificazioni sia in acciaio che in fusti di rovere e bassi dosaggi.

La boccia di oggi è un blanc d’assemblage – 60 Pinot Meunier, 30 Pinot Nero e 10 Chardonnay – dosato 5,5 gr./l, con oltre un anno di sboccatura.

E’ dorato, di bella intensità, con il naso segnato da sentori di agrumi – arancia e pompelmo – tratteggiato da tocchi floreali bianchi, note tostate e un bell’incedere minerale.

L’ingresso è molto fresco e vinoso, con una bella materia che si sviluppa ordinatamente e si affida a una dinamica tessitura gessosa, la quale, mano a mano, sottrae larghe fette alle espressioni agrumate e floreali, occupando, incontrastata, l’intero arco.
Sorso equilibrato e cremoso, appuntito, ma senza ossessioni, per un finale rinfrescante e duraturo, che custodisce, intatta e inviolata, la marcia crayeuse, con lievi scosse di torrefazione.
Ottimo da aperitivo ma, con i giusti abbinamenti, anche capace e fidato per tutto il pasto.

martedì 16 dicembre 2014

Aoc Bandol rouge 2010 Domaine La Suffrène




Siamo a La Cadière-d'Azur, dipartimento del Var, nella regione PACA (Provence-Alpes-Côte d'Azur) e questa è una propriété familiale - una delle 18 aziende che compongono la denominazione Bandol - neanche tra le più celebrate e che dispone di 50 ettari divisi tra vigneti e uliveti.

Questo è il rosso base, d’assemblage, comme d’habitude. Bandol è il regno del Mourvèdre, qui al 55%, cui si sommano altri vitigni tipici provenzali: Grenache (20%), Cinsault (15%) e un 10% di Carignan; fermenta in cemento e passa 18 mesi en foudre.

Un rosso cupo e scurissimo macchia il calice, per un naso che da subito respira mare, mare e ancora mare. Ma il profilo olfattivo non è monotematico, sa essere generoso di frutta rossa – svetta una ciliegia dolce, croccante e carnosa – di macchia mediterranea, di pino e capperi, di spezie e la salsedine che percorre le narici senza soluzione di continuità.

L’assaggio rivela personalità non comune per un base, con una dinamica conferma degli interpreti nasali, dove il frutto, occupando garbatamente il palato – ciliegia, arancia rossa e prugna – non risulta d’inciampo alle manifestazioni minerali e marine, che si rincorrono frenetiche.
Tutto all’insegna di un sorso retto dall’equilibrio – inavvertiti i ben 14,5 gradi alcolici – dove struttura, acidità e tannini, eleganza e beva smaniosa, viaggiano a braccetto.
Ha difettato in lunghezza, ma con ottima persistenza e rintocchi finali di spezie, liquirizia e immancabili progressioni salmastre.

Alla luce di quanto confidato da Pierre-Emmanuel Taittinger, presidente della omonima Maison, secondo cui Monsieur le Président non beve Champagne e lo ha bandito anche dall’Eliseo, perchè "…ça fait riche", mi permetto, molto sommessamente, di raccomandare questa boccia a Hollande, in virtù del suo costo non proibitivo – 12 euri al supermercato – che risulterà appetibile anche ai portafogli di coloro i quali ha definito, con stile innato, sans dents.



venerdì 12 dicembre 2014

Aoc Montlouis sur Loire Premier Rendez-Vous 2012 Lise & Bertrand Jousset




Loira, patria dello Chenin Blanc, uno dei miei vitigni preferiti.
C’è molto silicio in questa vigna dei Jousset, con ceppi di età compresi tra i 40 e 70 anni.

Parte lanciato e fiero su un naso dolce e freschissimo, in cui abbondano profumi di frutta – mela e pera, nettarina e albicocca – e fiori bianchi, sui quali svetta un esteso e nitido canovaccio minerale.

All’assaggio mantiene freschezza e, liberandosi di qualche dolcezza di troppo, assume un aspetto più secco. Il sorso conferma le impressioni olfattive, dimostrando vivacità di beva e bella progressione, in virtù di una elevata spina e spinta acida. 
Mineralità incalzante, per un finale, un filo corto, di note agrumate e leggeri toni amarognoli.



martedì 9 dicembre 2014

Aoc Champagne Cuvée Tradition Brut s.a. Gaston Chiquet




Raccomando, fortemente, di imparare questo nome, a coloro che ancora non conoscono questa Maison di rm, la cui storia inizia nel 1746 e ora sono alla ottava generazione, con vigneti situati nei villaggi di Dizy, Aÿ, Mareuil sur Ay e Hautvillers.

Quelli che passano da queste parti, sanno che inizio, comme d’habitude, dai prodotti basici, di ingresso, e perché no, da quelli dal prezzo accessibile a tutti, senza inseguire, a ogni costo, le cuvée top di gamma, al cui riguardo si possono raccontare sia peana, sia lamentazioni, tra mille distinguo.

Questo è il classico Champagne da (quasi) tutti i giorni, un blanc d’assemblage, le cui proporzioni variano, di poco – due punti più, due punti meno - di anno in anno; a spanne ci sono un 45 di Pinot Meunier, un 35 di Chardonnay e un 20 di Pinot Nero.
Questo flacone poi, gustato al ristorante, è risultato davvero particolare, giacchè è inusuale trovare un bsa che abbia ben quattro anni di sboccatura (ottobre 2010). Inusuale perché o a casa tua te lo dimentichi – io lo dovrei murare – o al ristò non hanno saputo/potuto proporlo. Buon per me.





Ormai ha assunto color oro, denso, con effervescenza decisamente fine, da millesimato, senza che il naso, tuttavia, presenti tratti ossidativi. Si parte bene, con freschezza a nastro. Tanti bei fruttini rossi e note di torrefazione, che fanno a ping pong – delicatamente, senza schiacciate - con un tot di agrumi (cedro maturo), albicocca e una puntuale orma minerale.

Al palato mantiene inalterate sia la freschezza, sia la suadenza della bollicina. Bocca trés gourmande e molto espressiva, che si sviluppa partendo dal registro fruttato, pulito e preciso, per continuare la partita con gli interpreti del ricamo olfattivo.
Sorso cremoso, lungo, esteso e soprattutto equilibrato, di persistenza non comune per gli Champagne di questa categoria. Mandorla, caffè e fiammate di gesso salino costituiscono il sigillo finale di un flacone durato poco, giusto il tempo di accompagnare un vitello tonnato vecchia maniera.

Qualora ci fosse ancora chi sostiene che i non vintage non reggono lunghi dégorgement, si accomodi.

Questo sconfinato pistolotto, per ribadire che la Maison è di assoluto riferimento, circa la qualità dei prodotti, a prescindere dalla sboccatura, che, nel caso specifico, certifica e avvalora il concetto, a fortiori. Poi, siamo d’accordo che Champagne di questa foggia, sono concepiti per fare i “centometristi” e si distinguono, innanzitutto, ma non solo, per la freschezza e il nostro se l’aveva mantenuta significa …che ce l’aveva ab ovo.

Circa gli altri ottimi prodotti della Casa, ci ritornerò, con calma, calice nella sinistra, tastiera à côté.

venerdì 5 dicembre 2014

Doc Piemonte Barbera “Bandita” 2011 Cascina Tavijn




Barbera d’Asti dal rubino-violaceo molto carico, scuro, che si annuncia fresca e ha mantenuto, e mantiene, a distanza di alcuni anni, ancora intatta la vinosità.

Le impressioni nasali sono dominate da tanta frutta croccante – arancia rossa, ciliegia, prugna - più di un tocco speziato e alcune sfumature di sottobosco.

All’assaggio si conferma con coerenza e con la precisa e abbondante espressione fruttata, che ribadisce la sua autorità consentendo, tuttavia, ai sapori speziati e di humus di rintuzzare. Mi ha persuaso anche con il suo tannino vivo, la sua acidità - giusta senza toni esasperati – la sua carnosità non disgiunta da una buona struttura, nonché un completo controllo alcolico (14°). Tutto ciò riassumibile ricorrendo alla mai troppo abusata parolina magica: equilibrio.

Piacevole, armonica e rinfrescante, non lunghissima, con rimandi speziati e di tabacco.


martedì 2 dicembre 2014

Aoc Saint-Aubin rouge Le Ban 2010 Dominique Derain




Chi non ha mai incontrato Dominique Derain, e i suoi vini, non getti altro tempo, giacchè si tratta di un Personaggio unico, che dietro a un viso alla Cyranò e ad esilaranti modi goliardi, lunatici e un po’ guasconi, tradisce una Passione Totale per il vino, vigna in primis.
Borgogna, 20 km. sud-ovest di Beaune, la sua cantina si trova nel cuore del villaggio di Saint Aubin, mentre Le Ban è un minuscolo lieu-dit, un pendio, esposizione pleine est, di calcare, ghiaia e argilla.

Giusto un riferimento storico, badando a non scivolare sulla pelle di banana gettata, non a caso, da qualche storiografo, che talvolta surfa, troppo seriamente, queste (sp)onde.
In origine, questa parcella, costituiva la cartina di tornasole per valutare il grado di maturità delle uve; ergo, raggiunto il livello atteso, l’autorità locale emetteva l’editto - Le Ban - una vera e propria autorizzazione amministrativa, che fissava, insindacabilmente, il giorno di inizio della vendemmia.

Rubino scarico, brillante e trasparente, incanta il naso, tipico e classico una cifra – si sarà capito che è Pinot Noir? - con vivaci e rosse espressioni fruttate – ciliegia, lampone, ribes, fragola - un fianco speziato molto pronunciato, arricchito da cenni terrosi e ferrosi.

Anche la bocca è scrigno ricchissimo di sapori, gli stessi della passeggiata olfattiva, con la frutta sugli scudi e le spezie a tener botta. Un velluto di fine tessitura, munito di spiccata acidità e bella ampiezza, con tannini in equilibrio. Persistente e di beva spaccante, mantiene integra freschezza fino alla fine, con buon allungo, per un palato di pulita speziatura e mineralità.
Alto gradimento con anatra spadellata.


lunedì 1 dicembre 2014

Vini Corsari 2014 | Barolo




L’associazione culturale Giulia Falletti di Barolo, con la collaborazione della cantina Giuseppe Rinaldi, Les Amis de la Cugnette, Vin Passion (Lyon), Os Goliardos (Lisbona) e in sodalizio con Barolo Jazz Club, organizza nel Castello comunale di Barolo una degustazione, con possibilità di acquisto, con i vini di 30 vignaioli europei.

La manifestazione, giunta alla seconda edizione, si terrà sabato 6 dicembre, dalle 14 alle 19 e domenica 7, dalle 11 alle 18.

Per ogni altra info, consultate il sito, nonché le loro pagine fb e twitter.



venerdì 28 novembre 2014

Aoc Champagne Cuvée n° 729 Brut s.a. Jacquesson




Sottotitolo: evoluzione, questa sconosciuta.
Quando alcune settimane fa scrissi della 728, terminavo con una considerazione sui tempi di sboccatura e sul fatto che non fosse il caso, giustamente, di attendere lustri prima di aprire un bsa, pena azzardi elevati.
Sarà fortuna, con la C maiuscola, tuttavia ecco immediata la smentita.

Questa cuvée è relativa alla vendemmia 2001 per il 58% - essere ricorsi al 42% di vini di riserva illustra, con efficacia e più di tanti bla bla, il millesimo - con i tre vitigni classici, sostanzialmente in parti uguali - 34 Chardonnay, 34 Pinot Nero e 32 Pinot Meunier – dosaggio da extra brut (5 gr/l) e dégorgement nel secondo trimestre 2005 – comunque 9 anni emmezzo, mica cotiche.

Apro con un’ora di anticipo e resto letteralmente stonato da un naso freschissimo, che parla come nove fossero mesi, non anni, di sboccatura. All’inizio sensazioni freschissime, irrequiete e avvolgenti di cipria e lavanda, lavanda e cipria e null’altro. Più tardi molto gesso, pompelmo e cedro, zero note ossidative, niente miele e tutto il bagaglio di aromi confit.

All’assaggio la sua freschezza è ancora più nervosa, impaziente, ma di effervescenza affettuosa e carezzevole. La bocca non si schioda da quanto intercettato al naso: sempre cipria e lavanda, in grande rilievo, con l’aspetto agrumato sì presente, ma defilato. Impressiona la formidabile tensione acida che “obbliga”, senza soluzione di continuità, un sorso via l’altro.
Lentamente, lavanda e cipria cedono campo, a totale beneficio di uno spaccato gessoso, al cui interno si fondono, magicamente, eleganti e copiosi spunti di liquirizia.
Lunghissime, profonde, interminabili emozioni.
La 729 la ricorderò così: cipria, lavanda, gesso e liquirizia. Ça suffit.

La progressione numerica continua, vedremo come andrà con la 730.



martedì 25 novembre 2014

Doc Trebbiano d’Abruzzo 2007 Valentini




Complicato scrivere, aggiungere qualcosa, che non risulti scontato e dejà vu sull’azienda, sul vino e, in particolare, sull’annata, pluripremiata e votata da degustatori di acclarata e indiscussa competenza, come il miglior vino d’Italia 2012.

L’annata in questione – climaticamente molto difficile - è la prima di Trebbiano fatta dal figlio di Edoardo, Francesco Paolo, ed è arrivata a scaffale sia dopo la 2008 che la 2009.

Incantevole oro chiaro, lucente, con un naso che all’apertura è già pulitissimo e tutto forgiato su idrocarburi, eleganza minerale e tantissima polvere da sparo. Trascorsa una buona mezz’ora, guadagna in complessità e statura, con tocchi agrumati e tropicali – pompelmo e frutto della passione – cui si sommano sentori di resina, vegetali e di fiori secchi – fieno e camomilla, rosmarino e salvia - e una splendida nota iodata, addolcita da virgole di miele.

L’assaggio, preciso e ricchissimo, amplifica, esaltando, le note olfattive, e regala una bocca simmetrica e compatta, sbalorditiva nella sua perfezione ed equilibrata in tutte le sue componenti. Verticalità netta, tensione gustativa raffinatissima e profondità di sorso rara.
Molto lungo e di persistenza interminabile, con forti rimandi di frutta, iodio, ostrica e gesso.

Un abisso con gli altri produttori di Trebbiano - anche nel prezzo - e impossibile dimenticarlo.

Con tajarin al tartufo.


venerdì 21 novembre 2014

Docg Barolo Bussia 2005 Giacomo Fenocchio




Classico e varietale, sono le prime due parole, emblematiche e significative, che mi vengono in mente, qualora volessi estremamente sintetizzare l’interpretazione che dà Claudio Fenocchio del cru Bussia. E il racconto potrebbe chiudersi qui per chi frequenta questi pixel, chè leggendomi, si sarà fatta una idea del sottoscritto quanto a gusti liquidi.

Classico: trenta mesi botte grande. Varietale: è lui, Nebbiolo.
Il calice si colora di granato, con pulizia e freschezza aromatica che mi stanno aspettando. Molta frutta rossa, a tratti anche sotto spirito – prugna e ciliegia –  un nitido floreale di rosa e viola e un bel ricamo speziato.
La successiva roteazione regala sì una fresca ventata balsamica, tuttavia è la liquirizia, l’inconfondibile marchio d’origine della Bussia, che assume presenza di alto profilo.

Palato di eleganza e freschezza vibranti e coerentemente allineato alla espressione olfattiva. C’è una armonica fusione tra l’aspetto fruttato e quello speziato, con una piacevole e fitta carica tannica, che si sta ammorbidendo, e un controllo dell’alcol mai in bilico.
Sorso di spessore e di equilibrio, in continua progressione e molto persistente, con un ricco finale di tabacco, cuoio e liquirizia.

Abbinamento? Classico: brasato.


martedì 18 novembre 2014

Vdt Bianco Testalonga 2009 Antonio Perrino




Oro carico, denso e intenso, quasi oleoso. E’ trascorso un lustro, Nino ne ha fatti dieci lustri, di vendemmie.

Al naso vince il mare, con i suoi flutti, i suoi cavalloni, più salati che sapidi, i quali permettono, malvolentieri e con riottosità, l’alternarsi della macchia mediterranea verde e secca – resina, pigna, ginepro - con lo zafferano e un debole fruttato che tropicaleggia.
Un tocco idrocarburico graffia, fino a tatuare, in modo indelebile, una mineralità rocciosa di alto profilo.

Anche l’assaggio, freschissimo, ha come protagonista indiscusso il mare. La bocca rivive, simmetricamente, gli atteggiamenti olfattivi, ed è molto sbilanciata – quasi a totale appannaggio – verso i sapori marini, che invadono e si impadroniscono del palato attraverso un sorso che sa essere secco, secchissimo, salato e pervaso di salsedine, con sfumature iodate che poco alla volta acquisiscono spessore e personalità. Fortemente persistente, con acidità elettrizzante.

Boccia che, intuito il suo potenziale - ampiezza e complessità in fieri - ho scelto di abbinare…a nulla.

Il centellinarla, dopo cena, mi ha condotto in altra dimensione spazio-(a)temporale.

venerdì 14 novembre 2014

Aoc Champagne Blanc de Blancs Grand Cru Brut s.a. R & L Legras




Siamo nella parte settentrionale della Côte des Blancs, precisamente a Chouilly, villaggio classificato Grand Cru (solamente per i vigneti di Chardonnay), e questa è una Maison di rm, che coltiva una quarantina di ettari per una produzione che sfiora le centocinquantamila bottiglie.
Come succede spesso, non è indicata la data di sboccatura, ma so per certo di averla acquistata, in Francia, poco meno di due anni fa.

Nel calice è abbastanza dorato, luminoso, con ancora qualche lampo verdolino; la spuma è tanta e travolgente, ma già si intravede il fine perlage.
Molto espressivo, fin dal naso. Il disegno olfattivo, infatti, è una tela finemente dipinta da sentori di fiori bianchi – ginestra e gelsomino - e da forti tinte agrumate – arancio e cedro – un abbozzo di pesca, una netta mandorla, con un fastoso e cesellato tratteggio gessoso-minerale.

All’assaggio è altrettanto raffinato e determinato, con quella cremosa gessosità che balza, felina, ad accaparrarsi il proscenio. Gesso, ma non solo. Tutt’altro che in posizione defilata, la connotazione agrumata con pompelmo e cedro a rintuzzare l’incedere minerale della craie.
Una fine bollicina coccola un sorso, il cui dosaggio, pur avvertibile, passa sotto traccia, in virtù di una eccellente verve acida, che modifica, definitivamente, il giudizio sulla scioltezza di beva: da altamente fluida a spasmodica e “criminale”.
Bocca compatta e matura, di lunghissima e interminabile eleganza, con sfumature di liquirizia e mandorla che si diffondono nel mare gessoso.

Gli stilemi dello Chardonnay di Chouilly a sublimare il mio fuà grà.




venerdì 7 novembre 2014

Doc Langhe Bianco Bussiador 2000 Aldo Conterno




E’ Chardonnay 100%, che arriva dalla Bussia di Monforte, cru prestigioso di grandi Barolo.
La vinificazione è “modernista”, ergo, botte nuova – un anno - e falegnameria al seguito.

E’ quasi oro, e l’annata calda si sente fin dall’olfazione, che ruota, pressochè, tutto intorno all’evoluzione, negli anni, della barrique “messa” in vetro. Ancorchè siano trascorsi lustri, il timbro del legno è presente e indelebile. Un po’ di frutta tropicale – banana, ananas e pompelmo – con varianti di vaniglia, nocciola e caramello, la prole della tostatura del legno.

Al palato entra caldo e la simmetria con il quadro olfattivo è totale. Il sorso è secco, grasso e, tutto sommato, equilibrato. Nondimeno, mancandogli quel grip di acidità, che gli imprimerebbe slancio, si rivela un po’ contratto nella beva, frustata da 14 gradi alcolici.
Termina, caldo e persistente, su note di ananas maturo, caramello e tabacco.

Se vi piace il “gusto internazionale”.


venerdì 31 ottobre 2014

Aoc Champagne Cuvée n° 728 Brut s.a. Jacquesson




La 728esima cuvée assemblata dalla nascita della storica Maison, ma la prima ad aver visto la luce ufficialmente con quel numero.
Da allora ne è passata acqua, pardon, Champagne.

36 parti di Chardonnay, 37 di Pinot Meunier e 27 di Pinot Nero, con base vendemmia 2000 per il 68 percento e vins de réserve per la rimanenza, dosaggio 5 gr./lt e dégorgement nel secondo trimestre 2004.
Sì, avete letto e contato giusto. Dieci anni e fischia in vetro, dalla sboccatura, per un brut sans année, è record anche per me, che mai mi ero inoltrato in questi orizzonti temporali.
Più di uno, indubbiamente, si chiederà se si possa, si debba e se abbia un senso azzardare così tanto. Per me è stata una fortuna trovarla, e la curiosità di testare un cotanto grado di invecchiamento, e la sua evoluzione, non me la potevo perdere.

Carbonica che pressa sul tappo, un po’ muffettoso, e lascia passare oro vecchio, con spuma esuberante e bollicina persistente. Il naso è ancora abbastanza espressivo, vivo, e ha mantenuto una discreta freschezza, con sentori confit di agrumi – arancia e pompelmo – spezie e un tocco di nocciola, adagiati su una più che buona tessitura minerale.


La bocca non si discosta, tutto sommato, da quanto manifestato durante lo svolgimento olfattivo, se non per una carenza di acidità che lo rende un po’ orizzontale. Per il resto, replica la nitida trama minerale, le note agrumate, con cenni di sottobosco e una spolverata di caffè.
Il sorso si richiama, inoltre, a quella classica eleganza cui ci hanno abituato, negli anni, i fratelli Chiquet, eleganza la quale costituisce uno, se non il più importante, dei marchi della casa.

Bevuta ampiamente oltre la sufficienza, se si accetta – va fatto - di riconoscere alcune attenuanti, quella del tempo certamente non l’unica.
Per il mio “storico” di bevute effervescenti, resto dell’opinione che, ancorchè non sia il caso di aspettare così a lungo un bsa (eccetto uno ne disponga di un bilico), nel caso di specie, il tappo e una conservazione non ottimale, abbiano senz’altro inciso – difficile stabilire in quale misura – sul limitato grip verticale, appiattendo, in parte, il piacere.

Allorchè vi racconterò della 729, mi auguro il concetto vi sarà più chiaro.
A bientôt les amis.




martedì 28 ottobre 2014

Docg Chianti Colli Senesi 2008 Pacina




La famiglia Tiezzi e Castelnuovo Berardenga, un legame da cinque generazioni.
Che suoli e che azienda.

La vendemmia 2008 è l’ultima che si fregia ancora della Docg, essendo, Giovanna e Stefano, usciti dal Consorzio Chianti da alcuni anni.
Lieviti indigeni, vinificazione in cemento e oltre un anno di invecchiamento tra fusti e botti grandi per un Sangiovese, pressochè in purezza (97%) e un pugno di Canaiolo.

Naso terroiristico, frutti rossi – ciliegia, amarena, fragola e ribes – qualche cenno ematico e terroso, con una bella cifra di spezie e mineralità.

In bocca entra caldo, vinosissimo e tannico, con una forte verosimiglianza al quadro olfattivo. Molta frutta rossa golosa – la ciliegia diventa affascinante – unita a una spiccata impronta minerale e una grana speziata assai fine. L’equilibrio tra le parti e un’acidità sostenuta, consentono un formidabile dominio dei 14.5 gradi alcolici e permettono di svuotare la boccia in totale scioltezza, con lunghi rimandi finali di frutta e pregiati tocchi di tabacco.
Seppur con un semplice minestrone, comunque in testa alle mie preferenze.


sabato 25 ottobre 2014

Igt Toscana Rosso Saverio 2010 Azienda Agricola Altura




La prima volta, anni fa, al ristorante e fu pura emozione. Tempo dopo, incontrai Francesco Carfagna, ad uno dei tanti saloni bio, e mi sorpresero i suoi silenzi, tanti, e le sue parole, poche, misurate, riservate. Mentre una mano mi versava il vino, l’altra sfogliava un album di foto, testimonianza inequivocabile del lavoro suo, e di tutta la sua famiglia, condotto sull’Isola del Giglio.
Lavoro è un termine riduttivo, minimale e quasi astratto, non bastante a consegnarci i giusti spessori delle loro fatiche. Io sostengo si tratti di una vera e propria Opera Eroica, la cui base fondante, ma non l’unica, è l’infinita passione profusa nel recupero di questo patrimonio isolano, a partire da un vecchio vigneto abbandonato, ricostruendo ex novo muretti a secco, terrazzamenti e quant’altro.

L’azienda produce due vini: un bianco, Ansonaco in purezza, e questo uvaggio rosso – circa 1500 falconi - per il quale si farebbe prima a dire quali sono i vitigni che non vi prendono parte. C’è di tutto nel Rosso Saverio, uve nere, ma anche bianche: dal Sangiovese al Canaiolo, dalla Grenaccia (qui Grenaci) alla Malvasia, dal Moscatellone all’Aleatico, dal Mammolo al Trebbiano e via di seguito.
Come ci tiene a precisare Francesco, vitigni presenti da sempre sull’isola.
Per sommi capi, la carta d’identità della vinificazione: fermentazioni spontanee, lunghissima macerazione, 2 anni in acciaio, senza chiarifiche, filtrazioni e stabilizzazioni.

Il calice è rubino scuro e mi prospetta una composita e dettagliata sequenza aromatica, a tratti anche dolce. Profuma di frutta scura – prugna, amarena e ciliegia – e tocchi floreali misti a macchia mediterranea – alloro, timo, mirto – con una forte caratterizzazione salmastra.

Anche all’assaggio è appagante, non tradendo la sua territorialità mediterranea, con quel fil rouge di mineralità marina che accompagnerà tutti i sorsi.
La bocca è occupata da una presenza fruttata altrettanto marcata, con inserti di cappero, che conferiscono ulteriore salinità. Grande equilibrio per 14° di alcol, bilanciati da acidità e materia che dimostrano tutta la loro consistenza.
Beva gratificante fino alla fine e palato di grande temperamento, che resta a lungo conquistato da speziatura e salinità salmastra non comuni.