giovedì 30 gennaio 2014

Docg Chianti Classico 2007 Isole e Olena






Questa è una delle mie aziende del cuore, e, per conseguenza, sempre presente nella mia cantina. Da molti anni è tra le più blasonate, quanto a qualità, nel panorama enologico non solo toscano.

Il vino si presenta di un rubino elegantemente brillante. Al naso è rigoroso, con un intreccio di frutti rossi – amarena, mora e ciliegia matura – e una pennellata di viola. Ruoto un attimo e dal calice si staccano tocchi raffinati di spezie, rabarbaro e tabacco, uniti ad una presenza balsamica che via via si impossessa dell’olfatto. Profumi di Toscana.

In bocca è freschissimo, scattante e agile come un centometrista, ma con il carattere di un grande Sangiovese. Precisa rispondenza, ampiezza e complessità, acidità spiccata ed equilibrio perfetto tra le varie componenti, droiture e persistenza esemplare, sono le peculiarità che hanno contrassegnato questa boccia – appagante ed evaporata in un nulla – che mi ha lasciato un lunghissimo finale di avvolgenze balsamiche, speziate e tabaccose.
Eleganza e suadenza di integrale purezza.

 


Ho raccontato un altro Chianti Classico a questo indirizzo:



lunedì 27 gennaio 2014

Igt Sicilia Pithos Bianco 2008 Cos





Il Pithos è puro Grecanico, che passa sette mesi sulle bucce e viene vinificato in giare di terracotta, come richiama giusto l’etichetta.

Nel calice l’aspetto è quello classico, inequivocabile e paradigmatico, dell’ orange wine. Mi avvicino e mi “punge” con una freschezza che, in verità, non mi sarei atteso così segnante. Riconosco una chiara espressione fruttata, sia di agrumi – arancia, lime e cedro – che di frutta tropicale ed esotica, miscelata a frutta essiccata, dattero, fico e un filo di cera d’api a chiudere.

In bocca, conserva e ripropone sia la freschezza, che gli aromi, che hanno dipinto il ventaglio olfattivo, generando un sorso assai snello e affatto tannico, marcato da acidità vibrante e con un corretto dominio del tenore alcolico. Di efficace persistenza, chiude slanciato su toni ammandorlati e tropicaleggianti, intrisi di sapida mineralità.
Gastronomico.




Racconto un altro vino di Cos a questo indirizzo:



venerdì 24 gennaio 2014

Doc Alto Adige Pinot Nero Filari di Mazzòn 2011 Carlotto






Poco espressivo al naso, giusto un po’ di pepe e qualche rimando, timido, ai fruttini di bosco.

Al palato entra asciutto e morbido, ma con poca freschezza - un filo piatto - e ripercorre, tutto sommato, le poche impressioni olfattive. Il flacone non cambia – non migliora – e vive una fase ermetica per tutta la sua durata, pur mostrando discreto equilibrio e bevibilità abbastanza spigliata. Una spina acida debole, qualifica un sorso che chiude corto e sveltamente.

La prima volta con il PN di Carlotto non è andata benissimo. Sarà stata questa boccia - molto probabilmente sottoperformante – cui sarà, comme d’habitude, offerta possibilità di riabilitarsi.




Ho scritto di altri Pinot Nero dell’Alto Adige a questi indirizzi:



martedì 21 gennaio 2014

Aoc Champagne Terroirs Extra Brut s.a. Agrapart & Fils






Terroirs, nomen omen. Il post potrebbe chiudersi qui, dato un lemma così esaustivo. Tutto il resto, sono i consueti e triti bla bla, ma tant’è.

La sede di questa maison di r.m. è ad Avize, Costa dei Bianchi. Dunque – qualora non fosse chiaro - parliamo di Chardonnay in purezza, figlio di 4 terroirs differenti – Avize, Oger, Cramant, Oiry – parliamo di vinificazione parcellare, di malò svolta e di 4 anni sur lies. La mia boccia ha quasi due anni di degorgio.

E’ oro sfavillante, con riflessi tendenti al verde. Il perlage è finissimo e incessante. Il naso è segnato da una affascinante e verticalissima mineralità gessosa – tremendamente dominante – cui fanno da sfondo aromi di fiori e frutta bianca – gelsomino, mela, pera – con, a completare, tocchi di nocciola, miele, caramello e caffè.

In bocca non è freschissimo, di più, con effervescenza, in pratica, impercettibile. Bocca tutta impostata sulla mineralità, alla enne potenza, che, sostenuta da un’acidità “da katana”, assume una struttura superba, pinotnereggiante. Un extra brut - 5 grammi di dosaggio - che sembra, a tutti gli effetti, un dosaggio zero, tanto è affilato.
Ampiezza, larghezza e grassezza inusitate, (quasi) mai viste in un blanc de blancs. Il sorso è lunghissimo e persistentissimo, tutto declinato su note gessose e sapide, che concedono spazi esigui a cenni di frutta candita e torrefazione. Una drittezza sconvolgente, sposata ad una avvolgenza suadente – due aspetti che solo in apparenza parrebbero in antitesi – magnificano una masticabile e rara pienezza gustativa.
Il miglior bdb, sans année, bevuto negli ultimi anni.
Terroirs, nome omen. L’avevo scritto che il resto era aria fritta.

 


Racconto un altro champagne extra brut a questo indirizzo:

 

sabato 18 gennaio 2014

Docg Chianti Classico 2009 Val delle Corti





Quando leggo Radda in Chianti, cuore del Chianti Classico, mi emoziono e la bocca già saliva.
Sono conquistato dai vini che si ottengono da queste parti.
Sono circa sei gli ettari vitati, condotti da questa azienda, in regime biologico – percentuali bulgare di Sangiovese, qualcosina di Canaiolo e un po’ di Merlot – per una produzione che si aggira intorno alle trentamila bottiglie.

Poche unità di Canaiolo, a saldare la quasi totalità di Sangiovese per un bicchiere rosso rubino trasparente. Al naso fruttini di bosco, amarena, del floreale – rosa e violetta – e una nota speziata… che non arriva.

In bocca, una concreta affinità alla trama olfattiva, un tannino fiero e scalpitante, sostenuto da cospicua acidità. Per mia sfortuna, un tenore alcolico, sopra le righe, copre l'ottima e tipica materia di questo flacone. Ne consegue una beva sottomessa, inibita. Non persuaso, rinvio di ventiquattro ore, tuttavia il quadro non cambia, con l’alcol ancora a primeggiare.

Giudizio sospeso, in attesa di altri stappi, che non si faranno attendere.




Ho raccontato un altro Chianti Classico a questo indirizzo:



mercoledì 15 gennaio 2014

Aoc Champagne Rosé de Saignée Brut s.a. Fleury





La prima azienda della Champagne a convertirsi alla biodinamica, 1989, mica cotiche. Siamo a Courteron, ancora Côtes des Bar, ancora Aube, la parte più a sud, non conosciuta e apprezzata quanto meriterebbe, e, talvolta a torto, pure snobbata.

Oggi, una tipologia che, a queste latitudini, passa raramente: il rosé e, per la prima volta, il de saignée, cui le maison ricorrono non così frequentemente. Infatti, il metodo del salasso, si differenzia dal più diffuso e pratico rosé de melange – aggiunta di vino rosso, prima della presa di spuma, nella fase di assemblaggio della cuvée - in quanto il mosto fermenta, brevemente, a contatto con le bucce.

Il nostro è Pinot Noir centopercento. Nel calice, una spuma abbondante con carbonica non troppo fine, un po’ agitata, ma persistente. E’ rosa intenso, di fascino, con riflessi rubini. Avvicino il naso e, dapprima, una nota stucchevole mi infastidisce alquanto. Un po’ di attesa, qualche respiro, il dolce s'invola e sbocciano i fruttini rossi, gli agrumi - un esuberante pompelmo rosa – che si affiancano a una progressiva, energica, connotazione minerale.

Al palato è di freschezza integra e c’è totale coerenza con il patrimonio olfattivo, che si manifesta con pompelmo rosa, ribes e lampone. Un ’acidità a canna, si fonde, egregiamente, con la struttura, massiccia, del vino. Bocca verticale e ricca, che coniuga perfettamente potenza e leggerezza.

Bevuta compulsiva e appagante, che termina, amabilmente, amaricante, con apprezzabile persistenza, sapida e minerale, con ancora il pompelmo rosa sugli scudi.
Per inciso, da uno che non ama(va) la coniugazione rosé.


domenica 12 gennaio 2014

Löwengrube @ Bolzano






1543, la più antica stube di Bolzano.



 
Ora anche enoteca, wine bar, aperò.







Il liquido compagno di viaggio



Polipo e seppioline stufate su polenta di Caldaro,
confit di pomodori datterini, chips di polenta, olio al basilico.
Giustezze & croccantezze.


 


Ravioli d’erbette con ripieno alle animelle di vitello su crema di zucca.
Contrasto ed equilibrio.





 Tagliolini con ragù di coniglio, brunoise di verdure e tartufo Scorzone
Pulizia di sapori.



 Crème brulée di castagna con gelatina ai cachi e gelato allo yogurt naturale.


Il dolce ha rappresentato la degna chiusura di un percorso gustativo dove tutto è risultato impeccabilmente al posto giusto, senza indecisioni, senza sbavature. A partire dall’accoglienza, passando per un servizio cordiale e puntuale, privo di affettazione. Una sosta meritevole.

Le sbavature, enormi, stavolta me le accollo io, giacchè le foto non restituiscono, assolutamente, legittimo merito alla bellezza e alla precisione dei piatti.
Di ciò faccio pubblica ammenda, in primis, con il ristorante e con i lettori.






giovedì 9 gennaio 2014

Aoc Sancerre Blanc 2010 Domaine de la Moussière






Loira, patria indiscussa del Sauvignon Blanc.
Si scrive La Moussière, ma (si) declina Alphonse Mellot e, quando in etichetta, leggi vignerons di padre in figlio depuis 1513 – sono alla ventesima generazione - provi ad immaginare tutto il sapere contenuto in questi flaconi. Lo immagini, prima, lo tocchi con “mano”, poi.

Trenta ettari, pieno sud, su suolo kimmeridgiano, mi portano nel calice un oro luminoso, con bagliori verdi. Al naso è fine, ricco, ma non eccessivo, non esagerato. E’ fruttato, floreale e vegetale, con aromi che vanno dall’agrume alla frutta tropicale, dai fiori bianchi al rosmarino, dalla salvia al timo, un cenno di mentuccia e un tratteggio minerale molto deciso.

Stesso discorso per lo spettro gustativo, retto e governato da pulizia e precisione, senza urlare e zero smargiassate. La bocca è molto asciutta e si concentra, inizialmente, su sapori fruttati e vegetali, mentre rimane segnata, nella parte finale, da profonda mineralità, intarsiata da ampie venature saline. Sorso agilissimo, lungo e persistente, per un bicchiere di rilevante armonia e compostezza.
Grazie al mio amico V., che me ne ha fatto pregiato dono.





lunedì 6 gennaio 2014

Aoc Champagne Cuvée n° 733 Brut s.a. Jacquesson





La scorsa settimana, mi sono imbattuto, in questo ultimo flacone, presente in carta di un ristò, per altro ad un prezzo molto onesto. Ci siamo guardati e, giacchè ultimamente, su queste pagine, le cuvée numerate dei fratelli Clicquet, non stanno facendo faville, ho voluto riprovare questa 733. Avendone bevute parecchie – sempre convincenti - negli anni passati, mi incuriosiva testare la boccia a cinque anni abbondanti dalla sboccatura (terzo trimestre 2008).
Questa cuvèe - vendange 2006 per il 78 percento e vini di riserva a saldo – è cosi composta: 52 parti di Chardonnay, 24 sia di Pinot Nero che di Pinot Meunier, con dosaggio da extra-brut (2,5 gr/l).

Nel calice è oro luminoso, caldo, con perlage finissimo e prolungato. Il profilo aromatico si apre su note, ben definite, di crema pasticcera e frutta – mela, pera e cedro – e prosegue con cenni di camomilla, miele e nocciola. Emerge, per un attimo, un tocco floreale, repentinamente messo all’angolo da superba vigoria gessosa che occupa, quasi totalmente, le narici.

L’impianto gustativo si distingue per una coinvolgente cremosità, unita a dinamica freschezza, che mi ha colto di sorpresa. A cinque anni dal degorgio, l’acidità è ancora tagliente e costituisce ancora elemento fondante e tutt’altro che scontato, poichè, in questi casi, non è infrequente ritrovarsi con una bottiglia piatta, spenta.

Il palato richiama, con coerenza, la trama olfattiva. Una mineralità svettante, si intreccia, accuratamente, con le espressioni agrumate, anche candite, che si stanno, comprensibilmente, spostando su gradini terziarizzati. Terziarizzazione, non ossidazione. La verticalità del sorso consente di apprezzare una struttura complessa, equilibrata e mai cedevole, mai stanca. La chiusura - fresca, profonda e di lunga persistenza - è fortemente connotata dalla sapidità gessosa e da rimandi di humus e funghi.

Le conferme sono andate aldilà delle attese. Sicuramente l’ottima conservazione ha pesato e anche il fattore C - sempre indispensabile - ci ha mezzo lo zampino.
Ribadisco quanto già sostenuto in passate occasioni, la 733 e la 734 sono di alt(r)a stoffa.




 
Ho scritto di altre cuvée numerate di Jacquesson a questi indirizzi:


venerdì 3 gennaio 2014

Igt Sicilia Grappoli del Grillo 2009 Marco De Bartoli





Il Grillo, fino al 1990 utilizzato solo per produrre il Marsala, per intuizione di Marco, diventa bianco secco, da tavola. E che bianco.

Nel calice un tenue dorato, con dei bagliori verdolini. Già dal naso si intuisce che cosa sfoggerà, poi, al palato. E’ una sinfonia di mare, sul quale danzano, a pelo d’acqua, gli aromi di questa splendida terra. Si va dalla mandorla agli agrumi – mandarino in gran spolvero – dalla frutta essiccata – fichi, albicocche e datteri – ad un tocco di alga. Il tutto cullato da onde saline, intarsiate da mineralità appuntita.

Verso nel bicchiere e non lo devo attendere, anzi, lui mi sta già aspettando. In bocca i sapori sono ancor più incisivi, amplificati, espressivi. Freschezza e acidità disciplinano una struttura solida, giammai ingombrante. Equilibrio e armonia, lunghezza e persistenza costituiscono i tratti pregiati e premianti di questo sorso – solare e fruttato, minerale e salino - che avrei desiderato non finisse mai.

Profumi e sapori, autentici, di una terra incantevole, trasferiti in vetro, da persone meravigliose che accompagnano, rispettandoli, i ritmi e i cicli della natura.

 

Ho scritto di un altro vino di Marco De Bartoli a questo indirizzo: